Paradosso all’italiana: laurea necessaria ma non serve a trovare lavoro

I dati dell’ultima ricerca Ocse Education at a Glance e quelli dell’Istat, Istituto Nazionale di Statistica, parlano chiaro: in Italia avere una laurea non serve a trovare lavoro. Il famoso pezzo di carta visto ancora da molti come la porta di accesso al mondo del lavoro non sembra servire più a molto visti i risultati preoccupanti emersi da questi rapporti. 

Gli studenti e i laureati italiani sono perennemente sui libri e sempre disoccupati a differenza dei loro coetanei nel resto dell’Europa e del mondo. Nonostante il tempo e il denaro investiti con la convinzione di trovare lavoro, una volta terminati gli studi, la realtà resta un’altra: in Italia i laureati hanno il 16% di probabilità di restare disoccupati nonostante titoli e lode.

Così sempre più giovani laureati sono disoccupati: lo dimostra il rapporto dell’Istat che disegna un quadro preoccupante. Giovani in possesso di un titolo di studio di alto livello rimangono condannati alla disoccupazione. Eppure, nonostante questo, è paradossale notare che la laurea è comunque necessaria se vogliamo avere qualche chance in più degli altri di trovare lavoro.

Gli stessi dati dimostrano che il titolo di studio universitario, nonostante alcuni preferiscano eliminare la laurea dal cv, è, infatti, ancora un requisito di una certa importanza. Perché se aumentano i disoccupati in possesso di laurea, chi è in possesso solo del diploma o nemmeno di quello è messo in condizioni ancora peggiori.

Secondo gli ultimi studi pubblicati dall’Istituto Nazionale di Statistica, sono arrivati quasi a 200 mila i giovani laureati disoccupati. Nel 2012 i ragazzi e ragazze in possesso di una laurea ma non ancora di un lavoro, sono stati 197.000 nella fascia di età compresa tra 15 e 34 anni. Erano 154 mila nel 2011, 169.000 nel 2010 e 138.000 nel 2008, primo anno di crisi.

Insomma, la situazione è abbastanza drammatica per i laureati che vedono così sfumare l’obiettivo di un’intera carriera universitaria: un buon lavoro. D’altra parte gli studenti non se la passano poi tanto meglio. L’apatia e il disinteresse verso la cultura cresce e solo il cinque per cento di loro inizia a lavorare durante gli anni di formazione scolastica, contrariamente a quanto si verifica in altri paesi con estrema frequenza.

Un esempio? In Canada, Stati Uniti ed Islanda gli studenti arrivano a lavorare fino a 34 ore a settimana mentre studiano. Infine, dell’unico primato che, secondo l’Ocse, spetta al nostro paese non c’è molto da esserne fieri. È quello della presenza di Neet, i famosi Not in Education, Employment or Training, ovvero di quei giovani che non fanno niente e che in Italia hanno tra i 15 e i 29 anni e arrivano a toccare il 30%.

A fare il pieno di Neet sono anche Grecia e Spagna, mentre la Turchia ci supera addirittura di 6 punti percentuali segnando comunque un calo rispetto agli ultimi anni. Un primato in cui almeno non siamo soli ma questa non può che essere una minima consolazione per l’Italia in cui “il legame fra educazione e mondo del lavoro è sempre più debole”, come afferma Andreas Schleicher, il responsabile dei programmi su innovazione e competenze dell’Ocse.

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