Keep it simple, stupid: il metodo KISS applicato alla scrittura

Forse vi sarà capitato di sentir parlare del metodo KISS o è la prima volta che leggete qualcosa in merito. In ogni caso, voglio spiegarvi di cosa si tratta e perché è considerato utile anche applicato alla scrittura. Intanto, diciamo subito che la parola KISS non ha niente a che vedere con l’atto del baciare ma è l’acronimo inglese di “keep it simple, stupid” (o le sue varianti Keep it sweet and simple, Keep it short and simple e Keep it simply smart).

In effetti, essendo un acronimo, andrebbe scritto puntato K.I.S.S. ma si trova quasi sempre come KISS e significa “rimani sul semplice, stupido“. Ma il riferimento alla semplicità non è rivolto direttamente al mondo della scrittura. Questo metodo, infatti, è nato in un ambito diverso, quello della progettazione informatica ed è un’esortazione a mantenere uno stile di programmazione semplice e lineare, preoccupandosi delle ottimizzazioni e rifiniture nelle successive fasi.

Con il tempo, il metodo KISS è tornato in un’accezione più ampia ed è stato applicato, con eccellenti risultanti, anche al mondo della scrittura che ha riconosciuto la saggezza di questo consiglio. Come affermava anche lo scrittore e poeta Charles Bukowski “la verità profonda per fare qualunque cosa sta nella semplicità“, quindi parole e frasi lunghe, uno stile ampolloso e una struttura grafica troppo ricercata sono da mettere al bando quando scriviamo.

Per “rimanere sul semplice”, bisogna imparare ad utilizzare parole brevi e font classici, insomma. Ma questa riflessione non viene soltando dal metodo KISS ma anche dagli studi di Daniel Oppenheimer della Princeton University pubblicati sulla rivista “Applied Cognitive Psychology” che ha sottoposto i suoi studenti alla lettura di diversi campioni di scrittura e ne ha esaminato le reazioni.

L’aspetto “curioso” dell’esperimento, però, è che in questi testi la complessità dei font, dello stile e del vocabolario era stata manipolata ad hoc per rendere i risultati ancora più evidenti, risultati che non lasciano dubbi: scrivere in modo semplice ed utilizzare font classici viene percepito come segno di intelligenza superiore e aumenta la considerazione positiva del contenuto in questione.

Al contrario, “tutto ciò che rende un testo difficile da leggere e capire, come inutili parole lunghe o font complicati, abbasserà le valutazioni del testo e del suo autore agli occhi dei lettori” ha dichiarato Daniel Oppenheimer, specificando, attenzione, che lo studio non condanna le parole lunghe ma il loro utilizzo eccessivo anche quando non ce ne sarebbe alcun bisogno.

Ma allora perché ci complichiamo così tanto la vita? “La moda di usare grandi parole e stili artificiosi può essere dovuta al fatto che essi non ci rendiamo conto di quanto potrebbe rivelarsi controproducente“, secondo il professore di psicologia. Ma finalmente con il suo studio stiamo aprendo gli occhi! Dopotutto, nel 1883 in Italia c’era già qualcuno che senza aver fatto ricerche affermava questa verità.

Sto parlando dello scrittore e poeta napoletano Libero Bovio che in una sua citazione famosa affermava “come è facile scrivere difficile, e come è difficile scrivere facile” alludendo al fatto che “scrivere difficile” è spesso mero sfoggio di stile, “scrivere facile” presuppone una rara abilità: quella di trasmettere con chiarezza e semplicità anche argomenti complessi, rendendoli comprensibili per il lettore.

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