La bomba atomica su Hiroshima: tutta colpa di una traduzione errata

Una traduzione errata non solo può uccidere ma anche scatenare una guerra. La storia che sto per raccontarvi si svolge a luglio del 1945, mese in cui gli Alleati erano finalmente pronti a mettere fine alla guerra contro il Giappone. Lo avevano affermato nella Dichiarazione di Potsdam, in cui minacciavano il Giappone di “distruzione totale” se non avesse optato per una resa incondizionata. 

Potete immaginare la reazione di mass media e giornalisti giapponesi, così ansiosi di scoprire quale sarebbe stata la risposta ufficiale del governo che tartassarono per giorni il Premier giapponese Kantaro Suzuki per avere una dichiarazione. Alla fine, Suzuki cedette e convocò una conferenza stampa dove dichiarò una sorta di: “No comment”, che ebbe conseguenze drammatiche.

Quel “no comment” pronunciato da Suzuki, corrisponde in giapponese alla parola “mokusatsu” che ha il significato ben diverso di “trattare con disprezzo”. Delle due interpretazioni, però, fu la seconda, errata, ad essere recapitata al governo americano che inevitabilmente suscitò la rabbia di Harry Truman e portò gli Stati Uniti a quella che tutti conosciamo dai libri di storia come la soluzione definitiva: la bomba atomica.

13 giorni dopo il commento di Suzuki, l’America decise di bombardare rispettivamente Hiroshima e Nagasaki senza alcuna pietà. Con il senno di poi, possiamo ipotizzare che se Suzuki si fosse spiegato meglio durante la conferenza stampa, forse niente di tutto questo sarebbe successo. Forse, perché anche la posizione del Giappone, dopotutto, non era mai apparsa molto disponibile alla resa e difficilmente avrebbe accettato le condizioni degli americani.

La storia non si può mai spiegare fino in fondo e per quanto ci si possa provare, è impossibile dire con certezza come sarebbero potute andare le cose. Quel che è certo è che la scelta delle parole di cui, spesso, sottovalutiamo l’importanza, riveste un ruolo fondamentale nella comunicazione ed esprimersi in modo chiaro e corretto oltre che tradurre con precisione e buon senso nonché etica può fare la differenza.

Purtroppo, devo ammettere che il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki da parte dell’esercito americano è uno degli esempi peggiori per provare l’importanza delle parole ma, allo stesso, tempo, è anche il più tragicamente efficace perché dimostra come anche una traduzione errata possa perfino essere in grado di salvare o distruggere la vita di migliaia di persone.

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